Critiche e recensioni

Saluzzo arte - comunicato stampa

La Fondazione Amleto Bertoni, nelle persone del Presidente Enrico Falda e del curatore delegato Demaria Arturo Maria, è lieta di presentare l'edizione 2015 di Saluzzo Arte. L'edizione di quest'anno si presenta con un ricco programma espositivo che prevede una mostra tematica che esplora il mondo visionario e poetico di Daniel Spoerri inserito nel movimento del Nouveau Réalisme, movimento principalmente composto da artisti francesi, a cui Spoerri aderiva.

Quarantotto opere costituiscono questa rassegna, curata da Giuseppe Biasutti, di cui trentasei realizzate da Spoerri e dodici dagli altri Nouveaux Réalistes. Dai tableaux - pièges (quadri - trappola) che Spoerri realizza sarcasticamente come tavoli da pranzo, mensole, cassetti, scatole sui cui il tempo si ferma per sempre, al caos lasciato sulla scrivania, i resti della cena che divengono opera d'arte. L'artista incolla bicchieri, posate, scontrini, posacenere con mozziconi di sigaretta, portafiori sulle superfici su cui sono stati appoggiati da chi li ha usati, rispettandone la disposizione casuale delle posizioni e poi li appende verticalmente. Fanno da cornice ai suoi assemblaggi quattro sculture, tra cui Ragazza cefalopede col piede d’elefante, La vache qui rit, Pétite tête, Le villain dans le pétrin. Per testimoniare l’espressione artistica di Daniel Spoerri si è voluto presentare, contemporaneamente, i lavori di coloro i quali hanno fatto parte, insieme a lui, del movimento sopra citato. Dalle “accumulazioni” di Arman (Nizza 1928 – New York 2005) con Accumulation de pics del 1979 a César (Marsiglia 1921 – Parigi 1998) con Autoportrait Rotella del 1970, da Raymond Hains (Dinard 1926 – Parigi 2005) con Seita del 1971 ai décollages di Mimmo Rotella (Catanzaro 1918 – Milano 2006), sino ai “manifesti lacerati” di Jacques Villeglé (Quimper 1926). Alla parte storicizzata si affianca una nutrita schiera di artisti già affermati ed esordienti che con le loro opere hanno saturato tutti gli spazi disponibili nelle scuderie della caserma dove avviene l'esposizione tanto che, i due curatori di questa parte di mostra Paolo Infossi e Roberto Giordana, hanno dichiarato il sold out già da tempo.

La Sezione Spazio Aperto si apre all’insegna di una nuova serie di iniziative con oltre sessanta presenzegiovani emergenti e artisti di comprovata esperienza del panorama artistico nazionale e non solo. Scelte che sembrano confermare una soluzione di continuità tra tradizione ed innovazione per comunicare esperienze, idee ed emozioni.

Le Sale della Guardia, ospitano: Di luce in ombra, un progetto nato dall’idea di unire la manifestazione estetica dell’acquerello di Elena Piacentini e le fotografie di Lorenzo Avico in una mostra che comprende anche la proiezione di un video. Segue Spirito Libero, curata da Willy Darko, un dialogo tra natura e arte, inteso come esito materiale di un’intuizione nata dall’osservazione del mondo di Nëri Ceccarelli Il grande Salone tematico ospita la collettiva: L’invisibile porta dei sogni curata da Paolo Infossi. Il legame tra arte e sogno è stato spesso dichiarato apertamente ma, a volte, è soltanto intuibile o seminascosto tra le righe. Un’inclinazione a cui sembrano aderire anche artisti come: Claudio Benghi, Gabriella Goffi, Arianna Lion, Pietro Marchese, Daria Petrilli, Paola Rattazzi, Michela Riba, che creano qualcosa di singolare, di diverso, qualcosa che appartiene soltanto ai loro sogni, alla loro immaginaria interpretazione della realtà. Continuando il percorso, nelle Antiche Scuderie, incontriamo anche i vincitori delle due sezioni del Premio Olivero 2014. Gualtiero Redivo svolge, nella sua mostra: L’intelligenza dei nodi, un interessante argomento anche da un punto di vista culturale e antropologico, mentre Stefano Allisiardi, per la grafica, propone una serie di incisioni e chine risolte con un linguaggio tecnico rigoroso e sicuro.

Il percorso espositivo propone poi ancora molte altre novità, ospitando artisti che si ispirano alla tradizione figurativa o che si impegnano sul fronte delle nuove tendenze e ricerche, come: Antonella Avataneo, Gian Paolo Basso, Alessia Bertea, Piera Bonamin, Ivo Bonino, Renzo Brunetto, Sergio Canitano, Coco Cano, Angela Betta Casale, Martina Cavaglià, Venere Chillemi, Fernanda Chiri Negro, Roberto Donnini, Renata Ferrari, Mauro Fissore, Olivia Giarrusso, Riccardo Giraudo, Carlo Massobrio, Federica Minerva, Luca Mondelli, Laura Morra, Franco Negro, Lodovica Paschetta, Enrico Prelato, Mariangela Redolfini, Graziano Rey, Livio Ruatta, Sonia Salton, Giacomo Sampieri, Galleria Senesi Arte, Rosalia Zutta, l’Ass. Art en Ciel: Livio Brezzo, Lorenzo Caula, Claudio Cavallera, Franco Debernardi, Carol De Lucia, Marianna Loforti, Fabrizio Oberti, Gustavo Eduardo Orellano, Fernanda Prudenzano, Sonia Ricci, Michelina Serale e l’Ass. Itinerarte: Roberta Astegiano, Micaela Calliero, Chiara Cinquemani, Roberto Desiena, Federica Dubbini, Feo-Feo, Fabrizio Gavatorta, Adele Napolitano, Papito, Francesco Segreti, Gabriela Aleksandra Szuba.

E questo viaggio meraviglioso nell’arte, come di consueto, si concluderà con l’esposizione delle opere ammesse alla XXXVII Edizione del Premio Matteo Olivero.

Un evento che sarà accompagnato da un prestigioso catalogo di mostra, con testi di Giuseppe Biasutti, Lorenzo Avico ed Elena Piacentini, Willy Darko e Paolo Infossi, nella consueta veste grafica di Bosio.associati - Ed. L’Artistica, Savigliano.  
20esima edizione SALUZZO ARTE 2015
dal 28 marzo al 12 aprile 2015


Immagini fantastiche e surreali -Udine


La Vita Cattolica
giovedì 19 febbraio 2015

Bosco Marengo
Un incontro di idee, visioni e stili artistici in cui riflettere, riflettersi e immergersi nella varietà dei paesaggi, nei tanti ritratti di gente comune o sognare uno dei tanti luoghi lontani resi onirici dai fotografi e quelli a noi noti, catturati dagli acquarellisti. Domenica 21 settembre si è conclusa a Bosco Marengo la rassegna d’arte “Arte in Santa Croce”, un’ esposizione di quadri, fotografie, acquarelli, disegni divisi per sezioni e una piccola ma significativa rappresentanza di opere in legno, un legno speciale proveniente dal Ghana dai disegni molto particolari e di cui l’ebanista Carlo Pedrini ne esalta i colori e le forme. Nella sala della pittura ad olio, accanto ad artisti che già avevano esposto nelle precedenti edizioni quali Igor De Marchi che ha esposto un’opera sul potere taumaturgico della danza (“Taumaturgia della danza”) e Ivo Cristallo che affronta la tematica del cibo, o meglio, focalizza l’attenzione sulle espressioni del volto nel momento sublime di un’abbuffata a tavola, molti altri artisti provenienti da Alessandria, Ovada, Torino: Franco Montessoro, che utilizza le pietre per dare forma alle sue opere, Antonietta Trione bravissima ritrattista o Mariangela Redolfini, che con uno stile molto personale, fatto di forme sferiche e curve nitide, ci accompagna in un mondo luminoso e perfetto, in cui l’armonia regna sovrana. Presenti alla mostra anche alcune associazioni quali “Tutt’altro che arte” o la “Banca del Tempo” di Ovada che ha esposto nella Sala Apposita una serie di disegni a matita riproposti anche ad acquerello: un susseguirsi di paesaggi e scorci dei boschi e delle colline ovadesi, luoghi prediletti dal maestro Ermanno Luzzani. Degno di menzione il ciclo di opere di Roberto Orlandi, dal titolo “Vecchi indolenti e filamenti invadenti”, in cui la morte è rappresentata in duplice veste di volti rugosi e fili grigi come le ragnatele, ma accompagnata sempre da uno sguardo amorevole o da un atto d’amore tra uomo e donna. Infine la mostra fotografica: dalle foto scattate alla Mostra del Cinema di Venezia, a quelle a carattere naturalistico o con l’intento di esprimere in’idea: interessante il crescendo di foto scattate da Roberto Luparia, in cui si è portati a pensare che anche l’Infinito possa essere immortalato.
Katia Clara Tonzillo 
 www.tuononewes.it  arte e cultura 24/09/2014


SALUZZO – Un gran finale per la XIX Edizione di Saluzzo Arte, conclusasi il 4 Maggio u.s. con l’assegnazione del XXXVI Premio Matteo Olivero.

La Commissione artistica incaricata e composta da Marilina Di Cataldo, Giornalista, Critico d’arte, Torino - Elena Piacentini, Giornalista, Vinovo - Andrea Domenico Taricco, Critico d’arte, Pescara e Michele Antonio Fino, Presidente della Fondazione Amleto Bertoni, riunitasi in data 3 maggio, si è così espressa:
Il XXXVI Premio Matteo Olivero per la pittura è stata assegnato, quest’anno, all’opera:
“Quando il potere indossa la maschera della religione” di Gualtiero Redivo di Roma.

Il secondo Premio per la pittura è stato assegnato all’opera “Alla foce del Gilao” di Mariangela Redolfini di Torino, con la seguente motivazione:
L’ordine costituito indica una costruzione rigorosa e armonicamente interessante del paesaggio: l’intreccio cromatico e formale perfettamente bilanciato, permettono una visione al di fuori della convenzione”.

Terzo Premio per l’opera: “Oltre il blu” di Rita Scotellaro di Salassa (Torino)

Il Primo Premio per la Sezione grafica è stato assegnato all’incisione: “Lùbrico” di Stefano Allisiardi di Cuneo
Il Secondo premio per l’opera: “La cava” di Marco Tallone di Revello


Il Premio della Critica è stato assegnato all’opera “Yes You” di Franco Fasano di Settimo torinese
Il Premio Speciale per la Valorizzazione dell’opera incisoria è stato assegnato all’opera: “Evoluzione 01” di Michelangelo Biolatti di Savigliano
La menzione d’onore con diritto di riproduzione dell’opera in catalogo è stata assegnata all’opera: “Riflessi” di Ingrid Barth di Pino Torinese





Cristalli di forma 
Presentazione della personale di Mariangela Redolfini
A cura di Serena Avezza


Benvenuti a tutti voi, che avete scelto di trascorrere questo pomeriggio autunnale in una galleria d’arte. Le tele oggi esposte sono opere della pittrice Mariangela Redolfini, che ormai da sette anni si è fatta notare nell’ambiente torinese per i suoi lavori ad acrilico su tela, caratterizzati da campiture piatte dai colori brillanti e da una estrema razionalizzazione ed astrazione nel realizzare elementi pur figurativi e talvolta narrativi.

Jean Mirò diceva che «un’opera deve essere concepita con il fuoco nell'anima, ma eseguita con clinica freddezza». Questo è proprio ciò che fa la Redolfini: partendo da immagini, schegge di vita quotidiana (la vista da una finestra torinese, la foto di un paesaggio scattato durante un viaggio, il dettaglio botanico della corolla di un fiore che sboccia sul suo balcone), la pittrice mantovana astrae gli elementi figurativi e li sintetizza, attraverso un processo estremamente razionale e preciso, di cui la tecnica è una componente forte, fino a creare delle immagini iconiche, come “Salita al tempio” o “Inganno”.

L’indagine pittorica di Mariangela Redolfini si snoda sotto l'insegna della ricerca costante di un equilibrio cromatico, di volumi e di linee. Le sue tele sono dotate di una netta limpidezza formale: la cura della composizione e l'utilizzo attento dell'illuminazione completano il ritratto di un'artista nei cui lavori si possono riscontrare tracce della formazione accademica e di un controllo tecnico notevole, espresso nelle molteplici soluzioni pittoriche proposte, sempre dominate con grande precisione.

Il linguaggio poetico della Redolfini, come ha segnalato Massimo Centini, si avvale di angoli di osservazione peculiari, rivelatori di un «notevole eclettismo»: nei suoi lavori «si passa da visioni ravvicinate, quasi macroscopiche – in particolare quelle in cui sono i fiori a dominare la tela – ad altre che allargano lo spazio di osservazione e indugiano su campi lunghi, scanditi da un’armonizzazione cromatica che consente una definizione dell’insieme equilibrata dalla giustapposizione dei piani e dei colori».

Guardiamo più da vicino i paesaggi a volo d’uccello della Redolfini: la pittrice nell’ultimo periodo si è dedicata sempre più alla raffigurazione di paesaggi dalla rara alchimia narrativa, in cui lo spazio si configura come un luogo dalle coordinate senza tempo – lontano da realtà concrete e non più legato a referenti oggettivi – e s'innalza piuttosto a scenario fantastico, quasi da favola. (Mi riferisco a lavori come “Valdrada” o “Eutropia”, ma anche alle vedute urbane di “Sulla foce del Gilao” o “Bordeaux par les yeux d’un chat”).

I paesaggi di questa serie mostrano come il processo creativo della Redolfini si sia evoluto, dunque, nella direzione della sintesi e rispecchi una concezione dell’arte come distillazione del reale, che porta alla realizzazione di opere che sono vere proprie “zone d’ordine”: spazi di equilibrio estetico e cromatico, baluardi logici in cui difendersi dall'irrazionale e dal brutto che dilaga nella quotidianità. 

Come alcuni fra voi avranno notato dai titoli delle tele realizzate nell’ultimo anno, nel percorso di astrazione la Redolfini si lascia guidare dalla lettura di Italo Calvino, facendosi ispirare per la creazione di scenari naturalistici e allo stesso tempo fantastici da alcune delle sue Città Invisibili.

Lo scrittore ligure nel suo testamento letterario (le Lezioni Americane) individua i valori da conservare per il futuro millennio, fra cui spicca l’Esattezza e scrive: «L'universo si disfa in una nube di calore, precipita senza scampo in un vortice d'entropia, ma all'interno di questo processo irreversibile possono darsi zone d'ordine, porzioni d'esistente che tendono verso una forma, punti privilegiati da cui sembra di scorgere un disegno, una prospettiva». Le tele della pittrice mantovana offrono al visitatore precisamente dei punti privilegiati da cui osservare l’universo nel suo continuum, frammenti in cui la limpidezza formale svela la struttura sottesa all'immagine, e la logica e l’ordine che risiedono nel dettaglio si manifestano. Per dirlo con Calvino, l’opera non è che «è una di queste minime porzioni in cui l’esistente si cristallizza in forma».



Cristalli di forma: riportare la realtà all’ordine
Personale di Mariangela Redolfini
Galleria Quadrarte, via don Paviolo 14/A, Settimo Torinese
dal 28 Settembre al 7 Ottobre 2013



Zone d'ordine


Il linguaggio poetico di Mariangela Redolfini si avvale di alcuni angoli di osservazione che certamente rivelano il notevole eclettismo posto alla base della sua ricerca pittorica. Infatti, si passa da visioni ravvicinate, quasi macroscopiche – in particolare quelle in cui sono i fiori a dominare la tela – ad altre che allargano lo spazio di osservazione e indugiano su campi lunghi, scanditi da un’armonizzazione cromatica che consente una definizione dell’insieme equilibrata dalla giustapposizione dei piani e dei colori.
Nelle opere in cui i soggetti sono i grandi fiori, ci imbattiamo in una limpidezza formale alimentata da una notevole cura nella composizione e soprattutto da un solido e maturo utilizzo dell’illuminazione; tale peculiarità certamente proviene dalla formazione accademica dell’artista: una formazione sulla quale ha appoggiato il proprio background tecnico, che oggi estrinseca con notevole abilità nelle molteplici soluzioni pittoriche da lei proposte.
Nei paesaggi la pittrice riesce a effettuare una piccola alchimia narrativa: crea mondi in cui lo spazio si configura tra coordinate che non hanno tempo; non vi è nulla che possa consentirci di normalizzare queste immagini e far si che le si possa collocare in una realtà con referenti oggettivi. Forse si potrebbe – anche se a prima vista potrebbe sembrare un approccio troppo banale – ricorrere a riferimenti le cui radici possono essere scorte nella struttura della fiaba: c’è infatti in questi paesaggi qualcosa che fa pensare al mondo di Alice, un mondo posto al di là dello specchio che riflette le nostre certezze, ma che cela, nel suo retro, il baratro sul quale ci rendiamo perfettamente conto di essere solo fragili creature. E allora gli spazi di Mariangela Redolfini si pongono così sulla scia dei riverberi dell’universo inconscio che continuamente ci manda i suoi messaggi e che, tra visione onirica e immersione nel mare magnum del simbolismo, cerchiamo di conformare in un segno tangibile. La pittura, da sempre, è indubbiamente quel segno in grado di dare voce al nostro inconscio: ne abbiamo un esempio un esempio emblematico nel processo dialettico che caratterizza alcune delle opere di Mariangela Redolfini, sempre sorrette da una base tecnica equilibrata, mai stravolta da desiderio di superare limiti e valori. E poi, gli “azzardi” cromatici ci pare siano il prodotto di un desiderio di bellezza, equilibrio, soprattutto limpidezza. Contrasti dominati dalla luce: autentica protagonista del lavoro di questa sensibile pittrice.
L’origine realista posta alla base di tutte le costruzioni pittoriche che l’artista ci propone, viene via via adattata alle esigenze poetiche sulle quali si conforma un linguaggio alimentato da una tavolozza mai arida di colori e sempre limpidamente disposta a lasciarsi trascinare dal fascino, a tratti ludico, della spirale cromatica.

Massimo Centini
Torino, 10 novembre 2012


ArtEterogenea V

Inaugura il 27 settembre, il quinto appuntamento presso l’EcoArtGallery di Torino, del progetto ArtEterogenea. Siamo nell’area della Personalità subcosciente, definita cabalisticamente Yesod, ovvero la Valle Segreta delle pulsioni, corrispondente ai genitali. Riconosciuta come svadisthana, determina la scoperta dei misteri dei livelli astrali e delle energie lunari, ovvero la connessione con il piano divino. Gli artisti coinvolti interpretano sul piano sensoriale la rimozione dei dati assorbiti dall’esterno per filtrarli nel loro stato attuale, liberando le energie represse sino ad integrarle nella loro sfera razionale. Primeggiano i criticismi pop di Giuseppe Pitruzzello intarsiati da quel simbolismo che lo mette in relazione agli universi daliniani di pura ascendenza surrealista. Criticismi al limite d’un revisionismo di sapore concettuale, come avviene nelle opere di Massimo Cimmino vero sacerdote pop della figurazione umana, ridotta in termini minimalisti all’essenziale sino all’esaltazione totemica di stampo rituale. Sempre di ritualità di parla, da un profilo favolistico, nelle opere di Felicita Scarafiotti, la cui dimensione senza tempo viene esaltata dalla ricerca di forme, volumi o cromatismi puri che indagano l’interiorità del soggetto, radicalizzato in momenti di vita vissuta. Come avviene nelle futurizzazioni neo-cubiste di Mariangela Redolfini, fautrice d’uno stile vivace, prorompente, dissacratore che esorcizza la realtà stravolgendola in visionarie catalizzazioni, apparentemente statiche ma armonizzate dallo sconvolgimento cromatico dei volumi. Modi distinti di espressionarizzare la forma secondo un’astrazione che si converte in mimesis pura. Punto di convergenza, Angela Betta Casale, fautrice d’una pittura neo-liberty, in cui il senso bizantineggiante di tradurre il mondo in catartiche visioni sacre, la induce ad una nuova spiritualità. Pensiamo ai paesaggi di Roberto Riboni, la cui dimensione sospesa degli scorci, degli oggetti o della natura, deflagra nell’impeto esecutivo che trascende dalla personalità dell’artista, assorbita dalla contemplazione.


Andrea Domenico Taricco 
Torino, 20 settembre 2012
I paesaggi incantati

Come in un sogno, i paesaggi di Mariangela ci sanno trasportare in un'altra dimensione, in un altrove esistenziale. Certe vallate viste dall'alto, certi spazi infiniti suggeriscono un sentimento di libertà infinita, la timbrica coloristica accentua questa sensazione di apertura, benessere, come in una sinfonia ben accordata.
Negli anni Mariangela ha sviluppato uno “sguardo diverso” sulla realtà circostante, forse perché da anni si occupa di persone “diverse” , fuori dagli schemi consueti; il rapporto con queste le ha insegnato che niente è mai come appare...che esistono molteplici possibilità espressive, comunicative, ontologiche.
Tutto questo traspare nei suoi paesaggi che non si prendono troppo sul serio, sono lievi ma allo stesso tempo intensi, essenziali ma al contempo densi di rimandi. E così, volendo giocare questo gioco di specchi non possiamo non pensare alla “ricostruzione” ludica dell'Universo che si ripromettevano i futuristi Balla e Depero:

“Noi futuristi, Balla e Depero, vogliamo realizzare questa fusione totale per ricostruire l'universo rallegrandolo, cioé ricreandolo integralmente. Daremo scheletro e carne all'invisibile, all'impalpabile, all'imponderabile, all'impercettibile. Troveremo degli equivalenti astratti di tutte le forme e di tutti gli elementi dell'universo, poi li combineremo insieme, secondo i capricci della nostra ispirazione, per formare dei complessi plastici che metteremo in moto.”
(Ricostruzione futurista dell'Universo, 11 marzo 1915)

All'aspetto giocoso Mariangela unisce una visione nitida, geometrica, essenziale, una tensione cartesiana che sonda il reale “misurandolo”, ricordando pittori rinascimentali come Piero della Francesca e Paolo Uccello.
La passione geometrica è un portato dei suoi studi tecnici precedenti, è però smorzata, mai cupa o cerebrale; la pittrice nei suoi paesaggi esalta gli aspetti solari e positivi della vita e del mondo; ci introduce in ipotetici mondi possibili, “città invisibili” di calviniana memoria, invisibili ai più ma non a chi sa sviluppare in sé quello “sguardo diverso”. Sguardo che ci permette di sopravvivere anche quando la speranze vacillano e tutto attorno a noi sembra sprofondare...

Cabì
Torino, 8 maggio 2012


Maestri contemporanei a Pragelato

La sempre ricca di fascino galleria Tinber Art Gallery, situata a Pragelato all’interno di un’antica scuderia in pietra riadattata, inaugura il 4 febbraio la mostra “Maestri d’arte contemporanea”, che durerà fino al 18 marzo. L’esposizione accosta audacemente dieci pittori contemporanei emergenti, con temperamenti artistici e stili differenti fra loro. Sotto la generica etichetta di “Maestri” si celano artisti come Arielle Thomas, giovane pittrice astratta francese, che cerca in opere come “Evocation” di risvegliare la sensibilità dello spettatore con un uso emotivo del colore, o come Mariangela Redolfini. Ormai conosciuta a Pragelato per la sua produzione a tema floreale, la Redolfini espone questa volta quadri che ritraggono paesaggi urbani, dando particolare risalto alla tematica dei tetti. Il tema cambia, ma le modalità narrative restano quelle a cui l’artista torinese ha abituato il pubblico: il disegno è elegante e preciso, l’acrilico è steso con maestria a campiture piatte, i protagonisti della tela sono i colori, sempre accesi e vivaci. I lavori della Redolfini sono una vera e propria oasi di riflessione e di pace: i frammenti di realtà che ci consegna la pittrice sono immersi in un’atmosfera senza tempo, in armonia col mondo circostante. Il terzo maestro in mostra è Franco Campora, pittore simbolico e onirico, che affianca la sua produzione pittorica a quella poetica. Partecipano poi all’esposizione Lidia Delloste, acquerellista di grande tecnica che presenta opere di pregio come “Coccio”, e Piero Bertin, che crea composizioni equilibrate e sobrie grazie a corpose pennellate nere disposte su sfondi dai colori tenui, come in “Jazz moment”. I paesaggi di Piergiorgio Malano, acquarellista en plein air, sono accostati a quelli vivacissimi di Flaviana Chiarotto, di memoria impressionista, nei quali il colore è steso sulla tela con la spatola e il cromatismo è acceso come in “I colori dell’estate”. Sono sempre paesaggi quelli di Jean François Béné, ma qui è la montagna il soggetto delle opere e dominano i colori freddi. Personali, tenui e sognanti sono, invece, gli acquarelli di Elena Piacentini, in cui l’atmosfera silente risulta carica di emotività. Chiude la rassegna dei maestri l’opera di Gianni Bertola, direttore artistico della galleria, in cui la tempera è usata per rappresentare la figura umana, in bilico fra realtà e fantasia.


Serena Avezza
Articolo pubblicato sulla rivista d'informazione online "Enpleinair news", 27/01/2012





I camini come metafora dell'arte

Presentare l’opera di Mariangela Redolfini è per me, allo stesso tempo, estremamente facile ed estremamente difficile. Facile perché la conosco da ventiquattro anni, perché ho avuto modo di vedere la genesi, l’elaborazione e i retroscena di quasi tutte le sue opere più recenti. Non facile perché la soggettività rischia di prendere il sopravvento e l’occhio critico appannarsi. Per cui, vi prego di scusarmi se il discorso partirà un po’ da lontano, ma cercare di mettere a fuoco qualcosa che si ha molto vicino non è sempre così facile come potrebbe sembrare. 
Fare l’artista oggi è quasi un atto rivoluzionario. Sicuramente è una scelta controcorrente. In un mondo sempre più caotico, frenetico e tecnologizzato, prendersi un attimo per sé, per riflettere, per immaginare un mondo possibile e magari per fermare sulla tela quell’impressione, quei colori che si sono stagliati nella nostra mente, è diventato un lusso. Un lusso ancora più faticoso quando, come nel caso di Mariangela Redolfini, dipingere non è la prima professione. Quando dipingere diventa un modo per riconciliarsi con se stessi, per trovare un attimo da dedicare alla propria cura e ai propri bisogni intellettuali, una pausa fortemente cercata fra la marea di impegni che quotidianamente ci travolge. 
Mariangela ha ricominciato a dipingere nel novembre del 2007. Non è stata un’idea improvvisata, ma anzi il frutto di un lungo percorso. Di studi, innanzitutto. Studi iniziati al Primo Liceo Artistico a Torino, dove Mariangela ha appreso le basi tecniche del disegno, e proseguiti presso la Facoltà di Architettura del Politecnico di Torino. 
Lo studio del colore è anche una passione seguita autonomamente durante gli anni universitari, soprattutto attraverso la tecnica della tempera, e il problema del colore, da cui è stata sempre affascinata, diviene nel tempo il motivo trainante della sua ricerca artistica. 
Durante gli anni universitari Mariangela passa dallo studio della tempera a quello dell'olio, in seguito approda alla rapidità della china e alla freschezza dell'acquarello. 
Ma la vita non dà tregua e il lavoro lascia sempre meno spazi liberi, così per alcuni anni Mariangela depone il pennello, pensando che ci sarebbe stato tempo in futuro per dipingere. 
È solo alla fine del 2007 che Mariangela decide di ricominciare. Questa volta la tecnica che le risulta congeniale è l’acrilico su tela. Fin dai primi tentativi si tratta di una passione, un vero e proprio amore a prima vista: inodore (ovvia così al problema di spazi dell’olio), di rapida asciugatura e dalla resa incredibilmente brillante. È esattamente quello che stava cercando. 
La sua nuova produzione inizia con un paesaggio, “Cielo Stellato”, oggi in mostra, caratterizzato da un uso onirico e quasi fiabesco del colore, una tela dov’è protagonista una strada, un percorso, ma il cui insieme è interpretabile anche come la rappresentazione di una melodia, di un sentimento. È un quadro semplice, negli equilibri delle forme come nei giochi cromatici, ma molto d’effetto, ed è anche come un segnale, che dà il via alla (ri)apertura delle dighe creative della Redolfini. 
Le opere in mostra oggi appartengono tutte a questo ultimo periodo creativo della Redolfini, dipinte fra il 2007 e il 2011, mostrano una tappa significativa del percorso di un’artista che per tutta la vita ha voluto ascoltare, sentire e interpretare il mondo intorno a sé “a colori”, attraverso l’arte. 
I tratti salienti di questa nuova fase pittorica sono la vivacità cromatica e l’uso dell’acrilico per narrare frammenti del mondo contemporaneo, attraverso paesaggi, elementi floreali o dettagli dell’architettura urbana. Come ha scritto recentemente una critica del Corriere dell’Arte: “Camminando fra le opere della Redolfini si può avere l’impressione che l’artista si sia divertita, immersa in un incontaminato ambiente naturale, a giocare con lo zoom di una precisa macchina fotografica: l’occhio della pittrice indaga da vicino, quasi come se usasse una macro, fiori dai colori squillanti, delicati boccioli ed esili steli, per passare poi a visioni grandangolari di sterminati paesaggi, ampie vallate popolate da alberi e case, solcate da fiumi e strade”. 
Un’ulteriore tessera del discorso artistico affrontato da Mariangela è quello dei camini, che rappresentano il più recente filone della sua produzione. Si tratta di oggetti demodé e spesso ormai privi di una funzione pratica, parte dell’arredo urbano e quindi partecipi della nostra vita quotidiana, che la pittrice rende protagonisti attraverso un attento studio naturalistico della luce nel suo variare durante lo scorrere delle ore (“Studio di camini”) o al contrario grazie ad un uso del colore giocoso e privo di rapporti con la realtà come in “Notte e dì”. Ai camini Mariangela dona nuovamente la parola, portandoli in primo piano, evidenziandoli, elevandoli a sineddoche della casa e quasi a metafora dell’arte. Quest’arte indubbiamente inutile, priva di reale e calcolabile valore pratico e quindi economico, spesso disprezzata e vittima di “tagli” ai giorni nostri, ma non per questo meno indispensabile a chi la ama. 
Mi piace chiudere ricordando a chi ancora crede al vecchio detto “Carmina non dant panem” (l’arte non sfama) che tutto, in fondo, dipende dall’appetito.

 Pragelato, 25 giugno 2011 
 Serena Avezza



Mariangela Redolfini alla Tinbert- Pragelato (TO)

L’ARTE COME PERCORSO DI VITA

La galleria Tinbert di Pragelato ospita dal 25 giugno al 13 luglio la personale di Mariangela Redolfini “Sentire a colori”. Il titolo, evocativo, ricorda che l’elemento unificante delle opere dell’artista torinese è l’uso del colore brillante, nitido, steso a campiture piatte. La pittrice usa l’acrilico su tela per narrare frammenti del mondo naturale come paesaggi ed elementi floreali, o del mondo costruito come dettagli di architettura urbana. Camminando fra le opere della Redolfini si può avere l’impressione che l’artista si sia divertita, immersa in un ambiente incontaminato, a giocare con lo zoom di una precisa macchina fotografica: l’occhio della pittrice indaga da vicino, quasi come se usasse una macro, fiori dai colori squillanti, delicati boccioli ed esili steli, passando poi a visioni grandangolari di sterminati paesaggi solcati da fiumi e strade ed ampie vallate popolate da alberi e case. Confrontando le tele con soggetti floreali lo studio è evidente. In alcune i contorni dei soggetti svaniscono, il colore delinea i profili riuscendo a giungere alla sfocata fluidità di uno sguardo che si sta rinnovando (Yudanaka); in altre, invece, si accentua la matericità e la plasticità delle forme (Primavera) ma sempre per mezzo di un ricercato uso del colore, il quale crea esso stesso la grana del reale. Altre volte lo zoom si concentra sull'anatomia del fiore con precisione tale da confondere, l’occhio segue gli assi come se fossero linee di fuga (Gioco pirotecnico). La ricerca espressiva dell’artista guarda all'euritmia delle varie parti, all'equilibrio dei colori, il suo pathos è facilmente comprensibile. Le opere sintetizzano il tangibile costruendolo attraverso le sue strutture primarie: alberi come morbide sfere e colline innalzate dallo svilupparsi delle loro curve di livello creano paesaggi surreali e piretici. La tecnica serve a controllare l’immagine, che nasce dalla riflessione. Nel mondo rappresentato dalla Redolfini sembra non esserci né confusione né affronto, il disegno ricerca l’armonia che sembra essere persa nella moltitudine dei mondi attuali, frammentati sempre più dal soffocante tormento della contemporaneità. Nei suoi dipinti l’unità e l’equilibrio sono ancora possibili, raggiunti attraverso la paziente e sapiente lentezza di sa guardare oltre e crede ancora che un’alternativa esista. 

Ambra Micheletto

Critica apparsa su "Il corriere dell'arte" del 24/06/11

Critica apparsa su "La Voce dell'Alessandrino" del 08/10/10

Critica apparsa su "La Voce dell'Alessandrino" del 02/04/10


Critica apparsa su "Il corriere dell'arte" del 26/03/10


Poetica dei Camini

Mariangela Redolfini dimostra di essere una pittrice poliedrica, che non si accontenta di affrontare un solo tema. Nel corso del 2009 le sue tele evolvono e dallo studio delle ampie vedute di campagna l’attenzione dell’artista si sposta sul paesaggio urbano. Dopo il generale, la Redolfini affronta il particolare e sceglie di rielaborare un dettaglio apparentemente semplice delle nostre città: il camino. La poetica dei camini parte dall’idea che anche i piccoli particolari possano essere significativi e qualificanti nell’ambito del paesaggio quotidiano, nel quale viviamo distrattamente tutti giorni, ma che di fatto incide sulla nostra qualità di vita. La Redolfini cerca per noi il dettaglio capace di ridare luce a un grigio tetto, lo inquadra con la precisione e la nitidezza di un fotografo professionista e ce lo restituisce splendente di colore. Il camino, elemento semplice della casa, ne diventa il simbolo e l’essenza, rappresentando il punto di contatto e il ponte con il mondo esterno. La serie “Teoria di camini”, formata da quattro pregiate tele, mostra la trasformazione di alcuni comignoli in differenti momenti del giorno, dal punto di vista della luce ma anche e soprattutto da quello emotivo, com’è particolarmente chiaro nel caso dello splendido “Fantasmi”, in cui ormai i camini non sono che la sublimazione delle fantasie di chi osserva la tela. Proseguendo nella elaborazione del tema dei camini, la Redolfini dà sempre maggior spazio al coprotagonista: il cielo. Questo processo è evidente già dai titoli di quadri come “Sotto una luna abbagliante” o “Sotto il cielo di Spagna”. Se i camini ci riportano alla realtà cittadina, è nella rappresentazione dei cieli che la pittrice lascia che la fantasia detti le regole del gioco, come nel caso di “Je suis içi” e della sua elegante rielaborazione “Notte e dì”, dove la piccola tela originaria si sdoppia e l’equilibrio dei colori si fa ancora più netto, dando a chi osserva il quadro la sensazione di trovarsi davanti a due fotogrammi di un rullino senza tempo.

Cadice, 25 febbraio 2010
Serena Avezza


Recensione apparsa su "Il corriere dell'arte" del 24/10/08

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